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dal passato al presente

Storia della sifilide

Origini, storia e terapia.

a cura di: Dott. Antonio Semprini (pediatra)

“Vedrà meglio le cose colui che ne seguirà lo sviluppo fin dalle origini” (Aristotele)

“Ciò che rivela con più efficacia una società è la storia delle sue malattie e soprattutto delle malattie sociali: alcoolismo,, tubercolosi, pazzia, sifilide. Ma la sifilide è quella che ha fatto consumare più inchiostro, e di quello più nero.
Per quasi cinquecento anni la sifilide è stata la regina delle malattie veneree prima di essere detronizzata dall’AIDS”

(Claude Quétel: Il mal francese, Il saggiatore, Milano, 1993)

Cap. I: LE TREPONEMATOSI

Prima di iniziare un qualsiasi discorso sulla Sifilide, anche per capire meglio le diatribe insorte attorno alla sua vera origine geografica, è necessario precisare che questa malattia fa parte della famiglia delle Treponematosi, le quali si dividono in quattro gruppi:

  • Sifilide venerea (trasmessa per via genitale, quella di cui si parla), causata dal Treponema pallidum
  • Sifilide endemica (non venerea), conosciuta anche sotto il nome di béjel (Siria, Africa del Nord), dichuchwa (Botswana), scherlievo (Balcani), causata dal Treponema pallidum
  • Pian (yaws degli autori anglosassoni), malattia cutanea e ossea a trasmissione non venerea diffusa soprattutto nelle regioni umide dell’Africa Centrale, causato dal Treponema per- tenue.
  • Carate o Mal del pinto, malattia cutanea benigna circoscritta nella zona tropicale dell’America latina, causata dal Treponema carateum.

I tre treponemi sono del tutto identici dal punto di vista morfologico, ultrastrutturale, sierologico e antigenico, ma ciò che contraddistingue le ultime tre treponematosi dalla prima è che queste sono a contagio non sessuale, proliferano in zone rurali a basso livello igienico, non danno nessuna manifestazione primaria, con uno stato di salute buono e solo disturbi della cute e delle mucose.

Ciò ha ingenerato molta confusione nel definire la vera natura della Sifilide venerea, che da alcuni venne considerata malattia a sé stante, già presente in Europa ancor prima di Colombo, da altri invece come malattia nuova importata in Europa dai marinai di Colombo contagiatisi nell’isola di Hispaniola dove quella malattia, endemica e particolarmente benigna in quella popolazione, venne chiamata bubas da Lopez de Villalobos e che gli indigeni del luogo, chiamavano guayanaras, hipas, taybas, isas. Il contagio dei marinai europei, assolutamente privi di difese immunitarie verso quella malattia, avrebbe scatenato in loro la massima espressività della malattia stessa con tutte le conseguenze che conosciamo.
Vedremo in seguito le argomentazioni dei sostenitori dell’una e dell’altra ipotesi.

Cap. II: DA CRISTOFORO COLOMBO A CARLO VIII

Il 12 ottobre 1492 Cristoforo Colombo toccava per la prima volta il suolo del Nuovo Mondo nell’isola di Hispaniola, l’attuale Haiti. La popolazione indigena dell’isola, che viveva allo stato selvaggio, aveva pratiche sessuali molto libere e i marinai di Colombo ebbero buon gioco nell’accoppiarsi sessualmente con le donne del posto. Ma la popolazione locale era affetta da una malattia a trasmissione sessuale che nell’isola era a carattere endemico e a scarsa patogenicità, chiamata come ho già riferito sopra, ma che trovò i marinai di Colombo, di origine europea, del tutto privi di difese immunitarie nei suoi confronti.
Il risultato fu che questi ultimi furono afflitti da una sintomatologia che si manifestò subito molto grave e che, una volta tornati essi in Europa, dilagò rapidamente nel vecchio Mondo.
Il veicolo della diffusione della malattia in Europa furono le truppe che, al seguito di Carlo VIII, entrarono in Italia nel settembre 1494 per giungere fino a Napoli. Fra le sue truppe Carlo VIII aveva anche numerosi spagnoli, che furono il vero serbatoio dell’infezione. A Napoli la soldataglia di Carlo VIII si abbandonò a sfrenati comportamenti che costrinsero il re ad abbandonare la città nel maggio 1495. Nel frattempo l’epidemia della “nuova peste” era già esplosa; da qui il nome di mal napolitain datole dai francesi e di mal franzoso datole dai napoletani.
Durante la battaglia di Fornovo, che vide fronteggiarsi le truppe imperiali con quelle di Carlo VIII (5 luglio 1495) i medici veneziani Cumano e Benedetto ebbero modo di descrivere per primi la malattia della quale venne subito messo in evidenza il carattere venereo. Così scrive Cumano:

“(…) diversi uomini d’arme e fantaccini che per il fermento degli umori avevano delle pustole su tutta la faccia e su tutto il corpo. Esse assomigliavano a dei grani di miglio, e di solito comparivano sotto il prepuzio, o sulla parte esterna o sopra il glande, accompagnate da leggero prurito.(…) Dopo pochi giorni i malati erano ridotti allo stremo dai dolori che sentivano nelle braccia, nelle gambe e nei piedi e da un’eruzione di grandi pustole che duravano un anno o più se non venivano curate.”

Lo stesso Carlo VIII restò colpito dalla malattia e i suoi mercenari, di ritorno nei loro paesi, vi diffusero il nuovo male. La Francia fu il primo paese ad esserne invasa e i francesi lo chiamarono “vérole”, ma nel resto d’Europa continuò ad essere chiamato “mal francese o morbo gallico”.
La “vérole“ ebbe in Francia carattere esplosivo dal punto di vista epidemiologico e già nel 1496 i primi sifilitici cominciarono ad affluire all’Hotel Dieu di Parigi, il più importante ospedale pubblico della città, malgrado i decreti del comune di Parigi che sancivano la esclusione dei sifilitici dalla società civile, alla pari dei lebbrosi e la pena della impiccagione per coloro che trasgredivano la legge non ritirandosi in luoghi separati se originari della città o non se ne andavano via se forestieri.

Cap.III: LA PRIMA LETTERATURA MEDICA E NON ATTORNO ALL’ARGOMENTO

Cominciò a fiorire una letteratura medica attorno a questo argomento dalla problematica così incalzante, come il poema De pestilenziali “scorre” sive male de Franzos, eulogium del tedesco Sebastian Brant (1496), dove comparve per la prima volta l’immagine di una Madonna col Bambino come protettori dei malati di sifilide. Immagine che esprimeva, ad appena quattro anni dalla scoperta dell’America, l’angoscia della popolazione europea di fronte a quella nuova pestilenza si da indurla a raccomadarsi alla divinità.
Alla fine del 1496 il tedesco Joseph Grunpeck dava già alle stampe “Il trattato dell’epidemie di pustole”scorre o del mal francese” che è la più antica opera stampata che tratti l’argomento sifilide.
Dieci anni dopo tutta l’Europa era infettata.
Ma i primi a compiere grandi studi sulla sifilide furono gli spagnoli, come quel Gaspar Torella che era alla corte di papa Alessandro VI, autore del Tractatus cum consultis Pudendagram, seu morbum gallicum (1497). Qui l’autore dà consigli perlomeno curiosi: se il pene risulta ulcerato dopo un rapporto con una donna infetta (la donna è sempre considerata come il veicolo dell’infezione e l’attenzione è sempre rivolta ai soli genitali del maschio) è bene lavarlo bene con sapone delicato partendo dall’alto al basso, oppure applicarvi un gallo o un piccione spiumato e spellato vivo o anche una rana viva aperta in due (sic!).
Nel 1498 Francisco Lopez de Villalobos scriveva il Fumaria de la medicina en romance trovado con un tractado sobre las pestiferas “Bubas”,(Venezia-1502), dove per la prima volta la sifilide viene chiamata “ Bubas” ed è anche la più antica opera in lingua spagnola su questa malattia.
Altri studiosi spagnoli scrissero trattati sulla sifilide, come Pedro Pintor, anch’esso alla corte di papa Alessandro VI (1499.1500) e Juan Almenar (1502)

Cap.IV: LE DIVERSE CREDENZE SULL’ORIGINE DEL MALE

Fiorirono le più diverse teorie sulla genesi del male, alimentate dall’ignoranza, dalla superstizione e dall’antichissima credenza nelle influenze astrali, come queste

  • Rapporto di un cavaliere lebbroso con una cortigiana.
  • Accoppiamento di uomini con scimmie.
  • Vendetta degli spagnoli che avrebbero mischiato sangue di lebbrosi con vino greco.
  • Avvelenamento dei pozzi operato dai napoletani.
  • Collera di Dio per punire la lascivia e la concupiscenza umane.
  • Le congiunzioni astrali ( il 25 novembre 1494 Saturno, dal segno funesto, e Giove si congiungono nel segno dello Scorpione e nella casa di Marte, dal segno funesto.
  • Quest’ultima era la tesi più accreditata.

Cap.V: LE DIVERSE CREDENZE SULL’EZIOLOGIA DEL MALE

L’eziologia del male venne vista subito come un veleno contenuto nelle mestruazioni causa di un’infezione totale della massa sanguigna (Cataneus,1504) e l’infezione si sarebbe contratta attraverso il contatto sessuale; per questo motivo i bambini, i vecchi e le persone morigerate ne sarebbero state meno colpite (Von Hutten, coevo di Cataneus). Jacques Fernel nello stesso periodo riafferma la presenza di un veleno che andrebbe a contaminare il corpo attraverso la degenerazione degli umori in conseguenza di un atto sessuale.
A complicare le cose intervenne la convinzione, che restò radicata per lungo tempo, che la blenorragia e le altre malattie a contagio sessuale fossero le diverse espressioni di un’unica malattia insieme alla sifilide.(Thierrhy de Héry,1552)
Curiosa è la convinzione di Gabriele Fallopia (1564) che gli uomini che hanno il prepuzio lungo fossero maggiormente soggetti a contrarre la malattia.
Fino alla prima metà del XVIII sec. riguardo l’eziologia della sifilide, chiamata in Francia grosse vérole, valse la teoria chimica,secondo la quale l’agente di contagio sarebbe stato:

“un veleno attivo e penetrante /che/ consiste in un fluido solforoso ed estremamente sottile o nel principio flogistico etereo e fermentativo che per trasmissione infetta gli altri liquidi del corpo umano." (Dal Dizionario universale di medicina di James)

Nella prima metà del XVIII secolo però la teoria chimica si vede contrapporre la teoria parassitaria
sostenuta principalmente da Deidier, professore di chimica nell’Università di Montpellier e medico delle galere di Marsiglia, il quale come agenti causali della sifilide vede:

“(…) piccoli germi vivi che, accoppiandosi, producono uova e che possono rapidamente moltiplicarsi come tutti gli insetti”.

Egli insiste anche sulla depravazione morale come causa del diffondersi della malattia.
A far chiarezza sui rapporti tra sifilide e blenorragia attaccando la teoria unicista interviene nel 1767 il medico scozzese Balfour che distingue la blenorragia dalla sifilide.
Nel 1812 Hernandez fa il punto su questo problema pubblicando "Saggio analitico sulla non identità del virus gonorroico e sifilitico", subito seguito da Ricord.
Nel 1876 Alfred Fournier afferma l’eziologia sifilitica della tabe e nel 1879 quella della paralisi generale.
Nel 1879 Neisser scopre il gonococco (Neisseria gonorreae)
Nel 1905 Schaudinn e Hoffmann scoprono la “spirocheta” nei gangli , nelle ulcere, nelle papule, nel sangue della milza esaminati alcuni giorni prima della comparsa delle roseole, e nel 1911 Noguchi realizza la coltura del treponema.
La certezza della diversa eziologia delle due malattie è stata raggiunta.
Nel 1906 Wassermann, Neisser e Bruck applicano una reazione di deviazione del complemento alla diagnosi di sifilide (reazione di Wassermann o di emolisi)
Nel 1913 Noguchi e Moore scoprono il treponema nella corteccia cerebrale dei pazienti affetti da paralisi generale, confermando le affermazioni di Fournier.

La diagnostica moderna
I test sierologici per la sifilide si dividono in due gruppi:

  • Test non treponemici (reagine) che individuano gli anticorpi IgG e IgM contro un antigene lipoideo non specifico (cardiolipina), cioè la VDRL (Venereal Diseases Research Laboratory) e il test di Kolmer. In alcuni laboratori questi due test sono stati sostituiti dalla più sensibile reazione rapida su cartoncino per la reagina plasmatici (RPRCT) o dal test automatico delle regine (ART).I test non treponemici, soprattutto la VDRL, hanno lo svantaggio di non essere specifici per l’infezione attiva e possono dare falsi positivi.
  • Test antitreponemici specifici in grado di individuare anticorpi anti Treponema Pallidum:
  • a) test di immobilizzazione del T.pallidum (TPI), poco usato per la difficoltà di conservare spirochete vitali necessarie allo scopo;
  • b) test di assorbimento dell’anticorpo fluorescente antitreponemico (FTA-ABS), sensibile e specifico;
  • c) test di emoagglutinazione treponemica (TPHA-TP), meno sensibile del precedente, ma meno soggetto ad interpretazioni soggettive, più economico, più facile e che non necessita di un microscopio a fluorescenza.

Non entro in ulteriori dettagli, perché questo è un argomento di storia e non di clinica.

Cap.VI: AMERICANISTI E ANTIAMERICANISTI

La diatriba sulla vera origine geografica della sifilide fu serrata fin dall’inizio e si protrasse per secoli e, forse, si può sostenere che non sia ancora sopita a tutt’oggi.
Tra i sostenitori della tesi americanista è da citare Gonzalo Fernandez de Oviedo, sovrintendente alle miniere d’oro del Nuovo Mondo, autore della “Storia naturale e generale delle Indie” (1526), il quale scrive:
“Vostra Maestà può ritenersi certo che questa malattia viene dalle Indie dove è molto comune tra gli indiani, ma in quelle terre non è così pericolosa come nelle nostre(…)
La prima volta che si vide questa malattia in Spagna fu dopo che l’ammiraglio Don Cristobal Colon ebbe scoperto le Indie e ritornò da quei luoghi.(…) E quando nel 1495, per aiutare re Don Ferdinando il Giovane di Napoli contro re Carlo di Francia, il famoso capitano Don Gonzalo Hernandez de Cordova arrivò in Italia con un esercito (…)questa malattia vi fu introdotta da alcuni di questi spagnoli”.

Alla stessa maniera il contemporaneo di Oviedo, Diaz de Isla, che esercitò l’arte medica prima a Barcellona, poi a Siviglia e infine a Lisbona, nel suo trattato sulla sifilide, che egli chiama “malattia serpentina”, scrive:

“ (…) Essa comparve (la malattia serpentina,(N.d.R.) e fu vista in Spagna nell’anno del Signore millequattrocentonovantatré, nella città di Barcellona(…) Questo male deve la sua origine e la sua nascita, da tempi immemorabili, all’isola che al momento attuale è chiamata Hispaniola. E poiché quest’isola fu scoperta e trovata dall’ammiraglio Don Cristobal Colon che, durante il suo soggiorno, ebbe rapporti e contatti con la popolazione dell’isola, e poiché questo male, per sua natura è contagioso, esso si comunicò facilmente agli spagnoli e poco dopo si manifestò nella flotta medesima(…).

Ma gli oppositori della tesi americanista si aggrappavano a quanto si può leggere nei testi antichi, dove vengono descritti certi morbi che, per i loro sintomi, potrebbero richiamare l’infezione luetica.
Infatti notizie del genere compaiono nella Bibbia, dove si racconta che Giobbe fu colpito da una malattia i cui sintomi (ulcere accompagnate da dolori notturni alle ossa) sarebbero riconducibili a quelli della sifilide; nel poema babilonese “ Gilgamesh” e nel papiro Ebers, il più antico scritto di argomento medico, compaiono notizie avvaloranti questa tesi.
Le ulcerazioni genitali descritte da Plinio il Giovane e da Paolo di Egina, il ”mal campano” descritto da Orazio, i papillomi descritti da Giovenale e ancora da Orazio, che trarrebbero la loro origine dal vizio e dalla pederastia, infine le lesioni genitali e anali (ulcere, piaghe, verruche, porri, ragadi) descritte dai medici arabi, vennero portate come dimostrazioni della presenza della sifilide nel Vecchio Mondo fin dai tempi più antichi.
Nel XVIII secolo Jean Astruc, Montesquieu, Voltaire sostennero la tesi americanista.
Per contro il medico Carlo Musitano da Castrovillari (De lue venerea e De morbo gallico,1689), commenta che la silfide esisteva fin dall’antichità, ma solo nel 1494 acquistò “quella virulenza fermentativa per mezzo della quale un male che prima non si trasmetteva da un corpo malato ad un corpo sano per contagio, è diventato capace di trasmettersi in tal modo, proprio come la scabbia e la lebbra."
Alla fine del XIX secolo, a forza di citazioni di tesi antichi da parte degli antiamericanisti, con descrizioni di malattie dai sintomi riconducibili, in qualche maniera, a quelli della sifilide ma di valore ormai soltanto letterario e non certo scientifico, non essendo documentati né documentabili, la tesi americanista vantava soltanto pochi sostenitori.
Si rifiutava, addirittura, l’idea che popoli così puri, come quelli che Colombo ebbe ad incontrare nelle Indie Occidentali, potessero trasmettere una tale orribile malattia, ricalcando il mito del buon selvaggio di Rousseau.
Il XX secolo si aprì con una disputa tra due tedeschi, Iwan Bloch e Karl Sudhoff.
Iwan Bloch sosteneva la tesi che la sifilide avesse avuto origine dall’isola di Hispaniola e si adoperava a discreditare quelle tesi che sostenevano la presenza della malattia nel Vecchio Mondo prima della scoperta dell’America.
Karl Sudhoff sosteneva, al contrario, che la sifilide circolasse in Europa già in epoca medievale, molto prima della scoperta dell’America.
In tempi più vicini a noi Hudson (1958, 1965, 1968) sostenne che esisterebbe una sola malattia che presenterebbe manifestazioni differenti (sifilide venerea, béjel, pian, carate) sulla base di differenti condizioni geografiche, climatiche e culturali. Egli sostenne una sua speciale teoria evoluzionista della sifilide, seconda la quale la treponematosi iniziale sarebbe il pian, che, comparso in Africa partire da spiroche saprofite, avrebbe successivamente oltrepassato il mediterraneo raggiungendo Europa e Asia.
Nel passaggio da zone umide e calde a regioni secche e aride il pian si sarebbe trasformato in béjel e in seguito, attraverso lo stretto di Behring avrebbe raggiunto il continente americano diventando il carate. Il processo dell’urbanizzazione umana avrebbe portato alla comparsa della sifilide venerea, prima in forma endemica, confusa nell’antichità con la lebbra, poi in forma virulenta come quella comparsa in Europa nel XVI secolo.
L’epidemiologo Cockburn (1961,1963) riallacciandosi alla teoria evoluzionista di Hudson, sostenne che le svariate forme delle treponematosi sarebbero il risultato di una segregazione biogeografia ed ecologica, che ha dato origine al carate in America, mentre il pian e la sifilide endemica si sarebbero sviluppati fino all’anno 1000 dopo Cristo in Europa, causando solo lievi disturbi.
Alcuni ceppi con una particolare predilezione per la regione genitale avrebbero successivamente portato alla comparsa della sifilide venerea che sarebbe perciò indipendente dalla scoperta dell’America da parte degli Europei.
Ma a sostegno della teoria americanista interviene lo storico contemporaneo Grmeck, il quale sottolinea che tra le migliaia di scheletri provenienti dal Mediterraneo orientale non è stato possibile trovare alcuna traccia di sifilide ossea. Il cranio del I millennio a.C. trovato in Iraq nel 1939 con una lesione periostea gommosa fu interpretato come affetto da Pian e non da sifilide venerea. Inoltre nulla di simile è stato riscontrato in reperti ossei europei anteriori al 1500.
Per contro lesioni ossee apparentemente dovute a treponematosi sono state osservate in scheletri provenienti dall’America precolombiana e dall’Oceania.
Secondo Grmeck il treponema del pian (t. pertenue) in America si sarebbe trasformato per mutazione in t. carateum e t. pallidum e quest’ultimo sarebbe stato introdotto in Europa nel XV secolo dai marinai di Colombo.
Che la malattia avesse carattere evolutivo sia in senso benigno che maligno, secondo il modello ambientale, è comunque dimostrato dal fatto che essa ebbe tendenza ad attenuarsi in Europa fin dai primi decenni del XVI secolo, con la riduzione delle pustole e dell’intensità dei dolori ossei, restando il comune sintomo delle gomme e dell’alopecia.

Cap. VII: L’ASPETTO SOCIALE DELLA MALATTIA

Nel suo libro “IL MAL FRANCESE” (Il Saggiatore, Milano, 1993), Claude Quétel racconta molto bene come le autorità sanitarie e politiche francesi avessero preso coscienza della rilevanza sociale della sifilide nel secolo dell’Illuminismo.
Era cambiata la cultura da quando a Parigi i malati di sifilide venivano esclusi dalla società civile come i lebbrosi e addirittura minacciati di impiccagione se forestieri.
L’analisi del problema aveva portato alla identificazione delle principali vie di diffusione del morbo che si possono riassumere così:

  • sessuale
  • bambino–balia
  • balia-bambino
  • sifilide dei vetrai (la canna da soffio che passa di bocca in bocca)
  • sifilide vaccinale (vaccinazione antivaiolosa da braccio a braccio)
  • ulcera delle gengive presa dal dentista
  • ulcera del mento, del collo, della guancia presa dal barbiere attraverso il rasoio infetto
  • ulcera del dito del medico o della levatrice
  • sedile dei gabinetti

E’ evidente che, mentre per i casi dal n° 4 al n° 9 è possibile affrontare il problema con opportuni provvedimenti di carattere igienico-sanitario, per i primi tre casi l’intervento sarebbe stato possibile soltanto attraverso un cambiamento dei comportamenti sessuali e opportuni strumenti legislativi nel primo caso, e una diversa educazione sanitaria della balie e delle mamme dei bambini portati a balia, nel secondo caso.
Ho già detto come nel XVI secolo l’Hotel Dieu di Parigi fosse presto affollato di sifilitici.
I comportamenti libertini delle classi abbienti non risparmiarono certo nobiltà e borghesia, tanto che la sifilide diventò per alcuni di loro una sorta di vanto o fiore all’occhiello come possiamo capire da quanto Casanova scrisse nelle sue memorie:

Il male che chiamiamo francese non accorcia la vita quando lo si sa curare, lascia solo delle cicatrici, ma ci si consola facilmente quando si pensa che ce le siamo procurate con il piacere, come i soldati che si compiacciono a guardare il marchio delle loro ferite, segno della loro virtù e fonte della loro gloria."

Il mal venereo non si sottrasse alla satira, e chi più di Voltaire poteva scriverne? come nel suo Candido, quando fa dire a Pangloss:

“Pasqualina doveva questo presente ( l’infezione luetica, ndr), a un cordigliere dottissimo, che era risalito alle fonti, avendola avuta da una vecchia contessa, che l’aveva ricevuta da un capitano di cavalleria, che la doveva a una marchesa, che la doveva a un paggio, che l’aveva ricevuta da un gesuita, il quale, nel suo noviziato, l’aveva avuta in linea diretta da un compagno di Cristoforo Colombo. Per me, io non la darò a nessuno, perché muoio."

La prostituzione assai diffusa “democratizzò” la sifilide portandola alle classi meno abbienti che la diffusero a livello globale nell’intimo dei loro focolari.
Il problema più urgente perciò fu quello di risolvere il problema, dal punto di vista della profilassi sociale, con la lotta alla prostituzione e la regolamentazione dell’allattamento mercenario.
Si cominciò col suggerire le più elementari norme igieniche, come le abluzioni ante e post coitum, sostanze grasse da spalmarsi sui genitali a far da barriera all’infezione, fino al preservativo fatto con l’intestino cieco della pecora, chiamato “capote anglaise”, perché inventato dagli inglesi.
Nel 1557, a Parigi, si ha la costruzione delle Petites Maisons sul luogo dove sorgeva il lazzaretto Saint Germain e dove verranno posti i venerei e i malati di mente.
Nel 1656, come succursale dell’Ospedale generale, viene fondato l’Ospedale dei mendicanti, con la sezione maschile chiamata Bicètre e quella femminile, chiamata Salpetrière, dove i luetici verranno accettati soltanto a partire dal 1690.
Nel XVIII secolo, in pieno Illuminismo, anche per l’interessamento di medici come Rosen de Rosenstein, Van Swieten, Fabre, Swediaur, di fronte alla desolante realtà dei malati di sifilide, in special modo i bambini, vittime innocenti di questo tremendo morbo, la società francese comincia a darsi, sotto il regno di Luigi XVI, delle riforme indispensabili.
In primo luogo si intervenne sul fenomeno dell’allattamento mercenario, una delle principali cause della diffusione della malattia, avviando una campagna di educazione in questo senso nelle campagne, dove i bambini delle città e quelli abbandonati, venivano spesso portati a balia, senza alcun controllo sullo stato di salute della balia stessa e su quello del lattante.
Nel 1780 viene creato a Parigi l’ospizio di Vaugirard per i neonati colpiti da mal venereo, dove i bambini infetti verranno allattati dalle loro madri o da balie già infettate.
Caduta la monarchia francese, l’opera di prevenzione non viene a cessare e si affronta l’altra causa della diffusione della sifilide, la prostituzione, che resta il primo problema sanitario.
Il 5 Brumaio dell’anno IX (27 ottobre 1800), un decreto del governo sancisce la registrazione obbligatoria delle prostitute a partire dal 1802 e l’istituzione dei bordelli nel 1804.
Nel 1811 nell’Hopital des Vénériens e nel 1812 nell’Hopital Saint Louis, viene allestito uno speciale reparto per prostitute.
Nella prima metà del XIX secolo si distinse a Parigi, come maggior specialista in malattie veneree il dott. Ricord, che iniziò la carriera operando come chirurgo all’Hopital des Vénériens, diventando in seguito medico personale di Napoleone III.
La sua opera di clinico è importante per avere egli distinto la sifilide dai papillomi venerei, dalla balanopostite e soprattutto dalla blenorragia. In quest’ultimo caso egli basò le sue osservazioni su 2500 inoculazioni di pus gonorroico che non dettero mai luogo a manifestazioni sifilitiche.
Nel 1887, l’allievo di Ricord, Alfred Forunier,pubblica “Recherche sur la contagion du chancre (ulcera, ndr.)”,che è la prima importante opera sulla sifilide
Egli afferma l’origine sifilitica della tabe e della paralisi generale e propone l’avvio di una seria profilassi della malattia, piaga sociale come l’alcoolismo e la TBC, fondando nel 1901 la “ Societé francaise de profilaxie sanitaire e morale”, proponendo:

  • misure amministrative di vigilanza della prostituzione;
  • sorveglianza medica nell’esercito e nella marina;
  • organismi di ospedalizzazione e trattamento.

Nel 1879 verrà creata a Parigi la prima cattedra di dermatologia e sifilologia all’Hopital Saint Louis, che diventerà la “ Mecca della dermatologia”
Nel 1889 si ebbe il I Congresso Internazionale di dermatologia e sifilologia.

Cap.VIII: LA SIFILIDE CONGENITA

Sulla sifilide congenita, che a lungo venne chiamata “eredolue” nella convinzione che fosse una malattia trasmissibile anche ereditariamente, gli studiosi discussero a lungo, proprio su questo problema, se fosse ereditaria oppure no.
Il primo a descrivere un caso di sifilide congenita fu Antonio Benivieni, che espose le sue osservazioni su “De abditis nonnullis mirandi morborum causis”, pubblicato postumo nel 1507 dal fratello Girolamo.
La contagiosità della malattia fu sostenuta da Girolamo Fra castoro nel suo “De contagionis et contagiosis morbis” nel corso del XVI secolo. Fracastoro trasformò il nome della malattia da “morbo gallico” in, appunto, “sifilide”, da Sifilo, protagonista del suo poema Sifilide.
Nel 1536 Gabriele Fallopia pubblica il “Tractatus de morbo gallico” illustrando due casi di lue congenita, ma confonde nello stesso quadro morboso le manifestazioni luetiche e gonorroiche con la denominazione di gonorrea, che distingue in due forme: gallica (luetica), non gallica (gonorroica).
La prima testimonianza completa sull’argomento l’abbiamo da Cesare Magati (1579-1647), il quale scrisse “Gli organi principali dei genitori, essendo alterati dalla lue, davano principi generativi guasti e corrotti con grave pregiudizio per il feto”. In sostanza il Magati sosteneva:

  • che la sifilide paterna o materna non solo viene trasmessa come tale al feto attraverso i principi generativi, ma lo influenza gravemente in senso patologico fino a renderlo non vitale.
  • che il sangue placentare giunge al feto gravemente alterato e corrotto, anzi, “infectus” a causa della sifilide materna; per cui lo sviluppo intrauterino del feto ne risulta gravemente compromesso.

I suoi studi anatomici lo portarono anche a descrivere la carie cranica e l’idrocefalo interno del bambino con lue congenita.
Nel 1761 Nils Rosen de Rosenstein, nel suo “Trattato delle malattie dei bambini”, mette in luce i caratteri del contagio venereo nell’età infantile (genitori infetti, balia infetta) e traccia le linee generali della terapia, proponendo il latte di capra mercurizzata per il neonato infetto, allo scopo di evitare di infettare la balia sana, ma con pessimi risultati.
Nel 1773 Van Swieten e in seguito Fritze, affermano che il neonato esce sano dall’utero e si contagia durante il parto se vi sono ulcere luetiche lungo le vie genitali materne.
Fabre nel primo ‘800 afferma che il virus venereo può essere comunicato dai genitori al bambino al momento della procreazione per infezione dell’ovulo da parte dello sperma.
Swediaur nel 1801, in un trattato sulla lue distingue tre modi di trasmissione della malattia al feto:

  • sifilide ereditaria, comunicata per mezzo del seme paterno o per via intrauterina;
  • sifilide congenita, contratta al momento della nascita dal canale del parto infetto della madre;
  • sifilide trasmessa da una balia attraverso capezzoli infetti o baci dati da una bocca infetta.

Nel 1855 Giuseppe Profeta, a complemento della “legge di Colles”, dimostra che un bambino apparentemente sano, nato da madre luetica, può essere allattato senza pericolo dalla madre luetica o da una nutrice affetta dallo stesso male (legge di Profeta e Colles), perché in realtà anche lui è infetto.
Nel 1863 Jonathan Hutchinson descrive la “triade” costituita da :malformazioni dentali che colpiscono gli incisivi superiori, cheratite parenchimatosa, sordità per lesioni dell’orecchio interno
Nel 1872 Jules Parrot descrive l’osteocondrite luetica del neonato (pseudoparalisi di Parrot)
Nel 1890 Jean Fournier delinea le cause e gli aspetti clinici e sociali della lue congenita.
Oggi si sa che la sifilide congenita deriva dalla trasmissione transplacentare di spirochete.
La teoria della sifilide ereditaria viene definitivamente abbattuta dalla terapia penicillinica; infatti, le donne sifilitiche trattate prima del V mese con penicillina non trasmettono più la sifilide al figlio, a dimostrazione del fatto che la malattia non è trasmessa per via generativa.

CAP.IX: LA TERAPIA

L’uso del mercurio fu la prima pratica terapeutica usata, sotto forma di unzioni, frizioni,, impiastri, inalazioni con cinabro (solfuro di mercurio), pillole (le pillole del Barbarossa, a base di mercurio puro).
Gli effetti curativi del mercurio erano quelli di far cessare completamente i dolori ossei che martoriavano il malato di sifilide, di far sparire le tubercole, di risolvere gli indurimenti, di pulire le pustole e, soprattutto, secondo le convinzioni dell’epoca, di favorire, attraverso l’abbondantissima salivazione prodotta e l’abbondante sudorazione, l’espulsione del “veleno” della malattia.
Ma a questi effetti curativi si accompagnavano effetti collaterali molto pesanti, come l’eccessiva perdita di liquidi attraverso l’eccessiva salivazione, l’abbondante sudorazione, la diarrea, che portavano il paziente allo sfinimento, oltre che alla comparsa di ulcere cutanee, di tremori e paralisi, traballamento e perdita dei denti.
Nonostante questo la stragrande maggioranza dei medici dell’epoca restò favorevole alla terapia mercuriale, salvo il Villalobos, che anticipò l’uso dell’arsenico, e Jean Fernel, che propose l’uso del guaiaco, chiamato anche “ legno santo”, importato dall’isola di Hispaniola.
Il guaiaco veniva somministrato sotto forma di decotto e le sue proprietà consistevano nel favorire la sudorazione e la diuresi, favorendo così l’espulsione dei “veleni”.
In seguito il guaiaco, proposto in origine in opposizione al mercurio, venne a quest’ultimo associato.
Altre terapie palliative, in uso a quel tempo erano la radice di China, la salsapariglia, il legno di sassofrasso.
Nel XVIII secolo tutte le scuole mediche accettavano la terapia mercuriale come la terapia primaria della sifilide. Le modalità d’uso più frequenti erano le seguenti:

  • le mutande antiveneree italiane, spalmate di mercurio al loro interno;
  • le frizioni mercuriali;
  • le lavande antiveneree;
  • la somministrazione orale di mercurio gommoso o di calomelano (protocloruro di mercurio);
  • liquore di Van Swieten, composto da grani di sublimato corrosivo (bicloruro di mercurio) sciolti in acqua e alcool, che permetteva una terapia personale della malattia al fine di consentirne la segretezza. (ciò comportò polemiche di ordine morale).

La terapia mercuriale fu, tuttavia, quella dominante per secoli, nelle sue varie forme, e ancora nei primi anni del ‘900 erano in uso le frizioni di Metchnikoff con una pomata mercuriale.
Nel frattempo altre sostanze vennero proposte a scopi terapeutici, come l’arsenico, già citato, l’oro, il platino, l’argento, l’antimonio, il ferro (come ricostituente), l’omeopatia.


I ciarlatani

La sifilide era una malattia talmente diffusa in tutte le classi sociali che presto i suoi rimedi divennero un vero e proprio affare, non solo per i medici ma anche per tanti ciarlatani, che proposero una grande varietà di rimedi dalle formule più o meno segrete, molte delle quali contenenti sì mercurio, ma a dosi approssimative, tanto per dare un “tono” al prodotto, e ne cito alcuni per puro dovere di cronaca:

  • balsamo solare e acqua astrale di Jourdan de Pellerin
  • biscotti tonici mercuriali di Bru
  • cioccolata afrodisiaca di Le Fébure
  • confetti antivenerei di Kaiser a base di mercurio disciolto nell’aceto (fino alla Rivoluzione francese furono l’unico rimedio di ospedali militari, prigioni e ospedali per poveri)
  • nettare antisifilitico di Laffecteur, privo di mercurio,a base di canne di palude e semi di anice mescolati con la salsapariglia come elemento attivo, dai risultati buoni (Laffecteur fu fornitore autorizzato della marina francese) e numerosi altri prodotti. 

 La teoria della sifilizzazione

Sulla base delle esperienze empiriche fatte da Jenner nel campo del vaiolo, nella convinzione ancora radicata, ultimo tra i pochi, che blenorragia e sifilide fossero due diversi aspetti di un’unica malattia, il dott. Auzias-Turenne nel 1844 propose una sorta di vaccinazione antisifilitica tramite l’inoculazione di materiale blenorragico, chiamata “sifilizzazione", eseguendo il primo esperimento su sé stesso. Ma nel 1852 l’Academie Imperiale de Medicine condannò la sifilizzazione perché pericolosa e perché ormai era universalmente riconosciuto che blenorragia e sifilide erano due malattie distinte.

Salvarsan e Neo-Salvarsan

Nel 1909 Ehrlich e il giapponese Hato scoprono il Salvarsan o “ 606”, (arsenobenzolo), il quale viene pochi anni dopo sostituito dal “ Neo-Salvarsan” 0 “ 914” (novarsenobenzolo), di più facile impiego.
Gli effetti terapeutici sulle manifestazioni sifilitiche si dimostrarono meravigliosi: i Treponemi scomparivano già poche ore dopo l’iniezione (endovenosa) del preparato e l’ammalato veniva in pochi giorni liberato dai sintomi cutanei e mucosi della sifilide. Purtroppo, però, a distanza di tempi più o meno brevi, comparivano le recidive e il malato era costretto a sottoporsi a nuove cure.

Il bismuto

Nel 1921 Sazerac e Levatiti scoprono il potere battericida del bismuto : cicatrizzazione precoce dell’ulcera, scomparsa rapida e precoce della sifilide secondaria, assorbimento precoce delle gomme, test di Bordet-Wassermann negativo nel sangue e nel liquor c.r.
Ma anche con questa terapia non è raro vedere recidive dopo qualche tempo.
Il bismuto venne considerato dal famoso sifilologo Arturo Fontana (1928) alla stessa stregua dei preparati mercuriali, mai abbandonati del tutto, rispetto ai quali il bismuto dimostrava una maggiore attività diretta contro l’agente microbico e una maggiore tollerabilità.

La penicillina

Nel 1928 l’inglese Alexander Fleming scopre il grande potere battericida della muffa penicillum notatum, ma solo nel 1943 Mahoney, Arnold e Harris trattano con successo con la penicillina quattro pazienti affetti da sifilide recente.
La penicillina rivoluziona totalmente la terapia a base di arsenico, con risultati positivi nel 98% dei casi, secondo le statistiche americane fatte sui militari degli eserciti di liberazione della seconda guerra mondiale.
Essa si dimostra efficace in tutti gli stadi della malattia, ma è soprattutto nel campo della sifilide congenita che la nuova terapia ottiene i suoi più larghi consensi; infatti le gravide trattate prima del V mese di gestazione non trasmetteranno più la sifilide al figlio, demolendo il dogma del carattere ereditario della malattia.

Infondato ottimismo

I risultati ottenuti con l’impiego della penicillina portarono ad un generale ottimismo, col risultato di ottenere un rallentamento dell’attenzione e della vigilanza sanitaria.
In Francia si era passati dai 40 casi di sifilide primaria e secondaria su 100.000 abitanti del 1946 ai 4,5 casi del 1952, mentre per la sifilide congenita si era passati dai 7114 casi del 1946 ai 1804 del 1952.
Ma negli anni 1964-65 si ebbe una battuta d’arresto con un lieve rialzo dei dati statistici, fini a 8 casi ogni 100.000 abitanti e questo fenomeno si è verificato in tutto il mondo tanto che ormai si parla di endemia sifilitica.
Questo fenomeno è dovuto oltre che alla riduzione dell’attenzione e della vigilanza, con la chiusura dei dispensari e il controllo sanitario della prostituzione, anche al fatto che soltanto una modesta percentuale di medici denuncia questa malattia, a causa di una riservatezza che sconfina con la deprecabile omertà, che diventa connivenza.
In Francia si calcola che solo il 9% dei medici denunci i casi di sifilide capitati sotto la loro osservazione.

ANTONIO SEMPRINI

 

BIBLIOGRAFIA


-Behrman, Richard E.: Nelson, TRATTATO DI PEDIATRIA, Edizioni Minerva Medica, Torino 1993.
- Feer,E.: Diagnostica delle malattie dei bambini, con speciale riguardo al lattante, F. Vallardi, Milano, 1924 (Trad. dal tedesco)
- Feer,E.: Trattato di Pediatria, F. Vallardi, Milano, 1929. (Trad. dal tdesco)
- Fontana, Arturo: Diagnosi e terapia della sifilide e delle malattie veneree. UTET,Torino,1928.
- Grmek, Mirko D.: Storia del pensiero medico occidentale. Ed. Laterza.bari,1998.
- Latronico, Nicola: Storia della Pediatria. Ed. Minerva Medica, Torino,1977.
- Pazzini, Adalberto: Storia dell’arte sanitaria dalle origini ad oggi. Ed. Minerva Medica,Torino, 1973.
- Quétel, Claude:Il mal francese. Il Saggiatore, Milano, 1993. (Trad. dal francese)
- Théodoridès, Jean: Dai miasmi ai virus. Storia delle malattie infettive. EDITION LOUIS PARIENTE, per Editiemme. Edizione italiana distribuita da L.Zamberletti, fuori commercio, distribuita ai Sigg. Medici, 1992. ISBN 2-902474-82-2.

24/6/2010

24/6/2010

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