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dal passato al presente

Storia dell'abbandono e dell'infanticidio - parte 2

La storia dell'abbandono e dell'infanticidio nel Medioevo ci spiega come erano considerati e trattati i bambini nelle diverse civiltà.

a cura di: Dott. Antonio Semprini (pediatra)

L’abbandono nel Medioevo

Atenagora (II sec.) fu il primo padre della Chiesa a formulare una dichiarazione di principio sul problema dell’abbandono, scrivendo che ai cristiani è proibito l’abbandono perché ciò equivale ad un omicidio.
Tuttavia un grande Santo come S. Ambrogio considerava la povertà, sia temporanea che permanente, come una giustificazione per l’abbandono e addirittura S. Agostino considerava l’aborto e le pratiche contraccettive comportamenti assai più responsabili dell’abbandono stesso, evidentemente consapevole che l’abbandono poteva corrispondere ad un omicidio o ad una condizione di vita terribile (prostituzione, accattonaggio, castrazione, schiavitù).
L’imperatore Valentiniano II, nel 391, prese misure per far riscattare bambini nati liberi e ridotti in schiavitù, ma senza che venisse dato alcun compenso, contrariamente a quanto sancito da Costantino. La Chiesa istituzionale dei primi secoli, infine, consapevole che spesso l’abbandono veniva ad essere per quei tempi una soluzione alla sopravvivenza del bambino, non arrivò mai a pronunciarsi, preoccupandosi invece che gli “esposti” fossero accolti e trattati con la massima cura.
Quando, dal V secolo in poi, in area mediterranea le chiese divennero gli edifici pubblici più numerosi, fu su quei sagrati  che i bambini cominciarono ad essere abbandonati e il destino di questi ultimi passò definitivamente, per secoli, nelle mani della Chiesa istituzionale.
Nel Concilio di Nicea del 325(1) venne decretata la costituzione dei brefotrofi e nel 529 Giustiniano, nelle stesura del CORPUS IURIS CIVILIS, dettò le nuove regole per la protezione dell’infanzia, in virtù delle quali, per la prima volta nella storia, il bambino assunse "personalità giuridica". La nuova sensibilità verso il prossimo porterà a comportamenti nuovi e più protettivi nei confronti dei bambini, senza peraltro riuscire a eradicare del tutto la barbarie dell’infanticidio e dell’abbandono spesso, ma non solo, dovuti alla disperazione. Il fenomeno si sarebbe amplificato in Occidente dopo la caduta dell’Impero Romano (476 a.D.), quando invasioni barbariche e collasso del potere civile avrebbero creato le condizioni per la sofferenza dei più deboli, i bambini per primi.
Nelle provincie orientali dell’Impero Romano, dopo l’avvento di Costantino, S. Basilio Magno, Vescovo di Cesarea di Cappadocia (329-379), edificava la Basiliade, considerata all’epoca una delle meraviglie del mondo. In quel grande complesso ospedaliero S. Basilio accoglieva sia bambini allattati al seno (brefotrofio) che quelli orfani (orfanotrofio). Sull’esempio della Basiliade nelle provincie orientali dell’Impero pullularono iniziative simili anche se non della stessa portata, mentre in Occidente passeranno ancora almeno otto secoli prima che sull’esempio dell’Ordine di Santo Spirito fondato da Guido di Montpellier e adottato da Papa Innocenzo III, nascessero i primi ospedali con ricoveri per bambini abbandonati e brefotrofi, dotati della "ruota degli esposti", come vedremo più avanti.
Nel V secolo Galla Placidia, figlia dell’imperatore Teodosio, accoglieva nel suo palazzo di Ravenna i bambini abbandonati nelle strade e sui sagrati delle chiese.
Nello stesso periodo a Lione un certo Giberto apriva un asilo per bambini abbandonati.
Nel 787 Dateo, arciprete della cattedrale di Milano, fondava un ricovero per allevare e nutrire con latte di balie stipendiate i bambini raccolti “per cloacas et sterquilinia fluminaque”. Tuttavia queste lodevoli iniziative ebbero la durata dei loro fondatori non riuscendo mai a diventare istituzioni a carattere permanente. Perciò il destino di quei poveri bambini era legato al caso e alla fortuna. Al caso di essere trovati in tempo e alla fortuna di essere raccolti da persone buone e generose.
Molte persone comuni e di buon cuore, infatti, raccoglievano i bambini abbandonati, li adottavano e li allevavano come figli propri cui veniva dato l’appellativo di "alumni".
I bambini trovati dai religiosi sui sagrati delle chiese venivano accolti invece nella "famiglia monastica" secondo il costume degli "alumni", in questo caso "alumni di Dio". Su di loro i genitori naturali perdevano il diritto di reclamarli, nel caso che le motivazioni dell’abbandono fossero mutate, oltre i dieci giorni dall’abbandono. Nel "Corpus" giustinianeo si legge: "Nessuno può reclamare come proprio un neonato abbandonato. Ma senza distinzione, quelli che sono allevati in questo modo, devono essere considerati come liberi o come persone libere”.

Nel caos che subentrò alla caduta dell’Impero Romano la maggior parte degli aspetti che riguardava la vita degli “expositi” dipendeva ormai più dalle circostanze che dalle leggi o dalle istituzioni. Le leggi del Diritto Romano erano andate smarrite per essere sostituite dalle leggi barbariche. Soltanto con la Rinascita del XII secolo il mondo Occidentale si riapproprierà del “Digesto” giustinianeo, ma non sarà per questa riscoperta che le condizioni dell’infanzia abbandonata andranno a migliorare, anche perché di lì a poco la peste nera sarebbe piombata come un avvoltoio sulle popolazioni europee decimandole e sconvolgendo ancor più ogni assetto civile.
Nell’Oriente europeo la cultura bizantina acquisì una sua autonomia, differenziandosi anche sotto l’aspetto religioso dall’Occidente, in una società molto più avanzata e organizzata rispetto a quella della parte occidentale dell’ex Impero romano; l’Impero bizantino non conobbe infatti un Medioevo come il nostro e fu dotato di strutture assistenziali fin dai tempi di S. Basilio. L’Impero bizantino cadde in mani turche nel 1453 quando l’Europa occidentale, l’Italia per prima, si trovava in pieno Rinascimento.
Nell’area Medio-Orientale la nascente potenza islamica sottrasse al controllo delle potenze cristiane d’Oriente e d’Occidente, vaste aree dell’ex Impero Romano.
In quest’ultima area le rovine della civiltà romana furono raccolte e rimodellata dall’Islam e per quel che riguarda il fenomeno dell’abbandono e dell’infanticidio Maometto dettava: "Non uccidete i figli per timore della povertà. Sostenteremo voi e loro. Ucciderli è un peccato grave". Questo perché nella civiltà pre-islamica l’infanticidio era presente, come anche l’indesiderabilità delle femmine, pensiero frequentemente espresso nel Corano, che però condanna l’uccisione delle bambine. Maometto non si opponeva all’abbandono, ma si preoccupava di dare disposizioni per la cura dei bambini abbandonati.
Nel mondo islamico, all’apogeo della sua civiltà quando l’Europa Occidentale stava vivendo il suo lungo Medioevo, fiorirono numerose le strutture assistenziali in città come Bagdad, capitale del califfato d’Oriente e Cordoba, capitale del califfato d’Occidente nella Spagna musulmana, e nelle altre maggiori città islamiche.
Anche nel regno crociato di Gerusalemme, nel XIII secolo, esistevano strutture ospedaliere dove erano previsti locali per l’accoglienza e la cura dell’infanzia abbandonata.
Nell’area germanica ancora pagana l’infanticidio era tollerato, come in tutte le civiltà pre-moderne, ma solo se il neonato veniva soppresso prima che avesse toccato cibo.
Fonti letterarie irlandesi relative alle popolazioni celtiche e germaniche testimoniano inoltre che  i bambini venivano esposti  a causa di profezie, adulterio, incesto, illegittimità, gelosia, e venivano abbandonati nei campi, in canestri o esposti di fronte alle chiese nei territori cristianizzati.
In tempi di carestia i figli venivano venduti per essere certi che non morissero di fame, ma nessun trovatello poteva essere allevato in alcuna forma di servitù.
Mentre nell’Oriente cristiano era la voce dell’imperatore quella che contava, nell’Occidente, dove l’autorità civile era venuta a mancare, era la Chiesa che suppliva a questa vuoto di potere regolando anche i comportamenti umani, fenomeno che avrebbe fatto maturare quella dicotomia fra potere civile e religioso che si fece sentire per secoli, ma che in quel periodo svolse una fondamentale funzione di collante per popolazioni allo sbando.
Fu perciò la Chiesa a regolare nell’Europa occidentale l’esposizione e l’allevamento dei bambini; essa si impegnò a trovare una nuova casa per gli "expositi" attraverso l’organizzazione di chiese, parrocchie e monasteri.
Nel 906 Reginone di Prum(2) compilò una raccolta di decreti canonici che prevedeva: pene severe per l’infanticidio, per la morte accidentale per soffocamento o per incuria dei genitori. Riguardo all’abbandono la raccolta comprendeva quattro canoni, che rappresentarono però un regresso rispetto ai decreti di Giustiniano:

  • chi raccoglie bambini abbandonati può allevarli come liberi o come schiavi, a suo piacimento;
  • i padroni non possono riavere i bambini che erano stati abbandonati  con il loro consenso;
  • ma un genitore o un padrone può riavere  il bambino se lo rimpiazza con un servo ”dello stesso valore” o paga a chi lo ha raccolto il prezzo del bambino;
  • il quarto canone è un’esortazione alle madri di bambini illegittimi a lasciarli sulla soglia delle chiese evitando di ucciderli.

L’oblazione

L’oblazione era l’offerta  di un bambino a un monastero come dono permanente.
Già nella Regola di S. Benedetto della prima metà del VI secolo era prevista l’oblazione.
Essa aveva un duplice aspetto: quello sociale, con gli stessi fini dell’abbandono, di regolazione demografica o ereditaria e quello religioso, con fini devozionali, per le ricompense spirituali che avrebbero atteso i genitori degli oblati.
In merito al destino  dei bambini oblati nel corso dell’Alto Medioevo, si ebbero regole contrastanti, perché se S.Basilio prescriveva che i bambini non fossero formalmente impegnati o “professi” nella vita religiosa prima di avere raggiunto l’età in cui potevano prendere decisioni autonome, altri prelati prescrivevano la irreversibilità della condizione di oblato, finchè diversi concili tra il VI e il VII secolo (Orlèans, Macon, Toledo), imposero quest’ultima regola.
Nel 633 il IV concilio di Toledo sanciva:

Sia la devozione dei genitori che la devozione personale possono fare un monaco; entrambe sono vincolanti. Perciò rifiutiamo qualsiasi possibilità di tornare al mondo e ogni ripresa della vita secolare”.

E chi avesse scelto di riprendere la vita secolare avrebbe ricevuto una sentenza di scomunica come apostata.
Tuttavia, raffrontata con le altre forme di abbandono, per non parlare dell’infanticidio, l’oblazione, rapportata a quei tempi, va vista come la forma più umana di abbandono che si sia sviluppata in Occidente.
Inoltre va anche detto che l’oblazione si differenziava fortemente dall’abbandono vero e proprio perché i genitori degli oblati non erano anonimi, gli oblati non andavano incontro a tutti rischi dell’ “esposizione” (morte, schiavitù, prostituzione e altro), ma essi diventavano alumni di una famiglia in cui tutti i figli erano adottivi: alumni della Chiesa.
L’oblato era consegnato per sempre ad una vita di povertà, obbedienza e castità.
Quest’ultima rinuncia era forse quella meno pesante per un’epoca in cui la sessualità era vista come fonte di peccato e, comunque, finalizzata unicamente alla procreazione.
Alla luce del pensiero moderno questi aspetti dell’oblazione possono apparire terribili e lo saranno stati sicuramente anche in quei tempi in molti casi (l’episodio manzoniano della monaca di Monza è esemplare), ma molti servi della gleba avrebbero sicuramente scambiato il loro posto con quello degli oblati. A questo proposito è bene comunque ricordare che in alcuni casi si ebbero veramente risultati molto fecondi come quello di Beda il Venerabile (Inghilterra VIII sec.), il quale, oblato all’età di sette anni al monastero di Monkwearmouth, trascorse tutta la sua  vita tra quel monastero e quello vicino di Jarrow, nella preghiera e nello studio, producendo una messe enorme di opere, tra cui quella “Historia Ecclesiae gentis Anglorum” che gli valse il titolo di “Padre della Storia inglese”.(3) Ma alla luce della morale e del diritto di oggi questa non può essere una giustificazione.
L’oblazione precludeva certe possibilità aperte invece ad altri bambini abbandonati, come quella del matrimonio, ma rendeva possibile l’accesso alle strutture di potere ecclesiastico oltrechè alla salvezza eterna attraverso la donazione della propria vita a Dio, come fine ultimo dell’esistenza umana.
Il convincimento generale, supportato anche da una letteratura che enfatizzava il fenomeno, era che i  bambini esposti andassero incontro a destini di gloria, diventando, santi, papi, missionari, eroi, fondatori di dinastie reali e che spesso tornassero a riunirsi alla loro famiglia.
Tuttavia quella  letteratura agiografica generalmente va vista come un modo per giustificare a sé stessi un fenomeno, quale quello dell’abbandono, che era molto frequente come mezzo per risolvere diversi problemi in ordine alla povertà o a questioni dinastiche, secondo la condizione sociale di appartenenza.
Boccaccio, in un passo del Corbaccio,  elenca in un modo presumibilmente più attendibile i probabili destini che attendevano i bambini abbandonati e scrive:

Quanti parti, malgrado loro venuti a bene, nelle braccia della fortuna si gittano! Riguardinsi gli spedali. Quanti ancora, prima che essi il materno latte abbino gustato, se n’uccidono! Quanti a’ boschi, quanti alle fiere se ne concedono e agli uccelli! Tanti e in sì fatte maniere ne periscono che, bene ogni cosa considerata, il minore peccato in loro è l’avere l’appetito della lussuria seguito”.

Non va ignorato, inoltre, il fenomeno della schiavitù che negli ultimi secoli del Medioevo divenne molto frequente come lo era stato in epoca romana ed è assodato che i bambini fossero una parte cospicua del mercato degli schiavi anche ad opera dei pirati saraceni che nelle loro scorribande, con molta frequenza, rapivano giovani donne, bambini e giovani maschi.
Ma non bisogna credere che il mercato degli schiavi fosse appannaggio dei soli pirati saraceni.
Fiorenti mercati di schiavi si erano sviluppati nei Balcani, ma anche in Sicilia, Napoli e Venezia dove un terzo degli schiavi venduti aveva meno di tredici anni.
L’infanticidio assumeva talvolta l’aspetto di una morte accidentale, come quella che poteva accadere per soffocamento del neonato nel letto dei genitori. Questa pratica assumeva l’aspetto di un infanticidio selettivo ai danni delle femmine, ritenute meno desiderabili dei maschi; in questo modo, infatti, venivano fatte morire più femmine che maschi in un rapporto di 3/1.

Nel complesso il comportamento della Chiesa verso il fenomeno dell’abbandono, come verso la schiavitù e la povertà, fu orientato verso l’accettazione rassegnata di questi, come aspetti del mondo che andavano regolati e gestiti nel migliore dei modi.
Fu per questo che non ci fu mai da parte della  Chiesa una esplicita condanna dell’abbandono, neppure da parte di uno dei padri della Chiesa come S.Tommaso.
Nella società medievale di forte impianto religioso, dove la preoccupazione per la salvezza dell’anima era prevalente su quella del corpo, l’impegno nel recupero dei bambini abbandonati era motivato soprattutto da preoccupazioni di ordine spirituale e la salvezza fisica del bambino ne era la logica conseguenza, nell’osservanza dei principi evangelici della pietas e della caritas.
Una delle principali preoccupazioni della Chiesa, infatti, fu quella che i bambini esposti fossero recuperati per essere battezzati; se appena c’era il dubbio che non lo fossero o se questi venivano trovati morti, nel dubbio, era vietata la loro sepoltura nei cimiteri consacrati.
Tuttavia le disposizioni di legge erano molto variabili, secondo i diversi territori dell’Europa di allora, perché in alcuni di essi le norme sull’abbandono prevedevano pene molto severe.
Al tempo della dominazione normanna in Sicilia la legge prevedeva il taglio del naso per quelle madri che vendevano le figlie, mentre nella Spagna era previsto il rogo.
Il Fuero Real castigliano del XIII secolo è molto severo nei confronti dei genitori che causano la morte del figlio per averlo esposto e recita:
Chiunque esponga un figlio che poi muore perché nessuno se ne prende cura deve essere punito con la morte egli stesso: causare una morte  è lo stesso che uccidere”.

Ma nel codice castigliano che sostituì il Fuero Real, Las Siete Partidas, veniva concesso ai genitori di vendere i figli per fame o miseria, allo scopo di utilizzare il ricavato per mantenere in vita il resto della famiglia ed è sconvolgente apprendere che lo stesso codice consentiva ad un genitore, costretto dalla fame durante un assedio, di mangiare un figlio (piuttosto che arrendersi senza il permesso del suo signore). Alla madre invece era vietato vendere o mangiare un figlio (!).
Fenomeni di cannibalismo al danno di bambini sono descritti nel XIII secolo in Sicilia e in Puglia durante una terribile carestia; nel XIV secolo in Spagna, durante un lunghissimo assedio della città di Toledo, gli Ebrei mangiarono le carni dei figli. (Cronaca ebraica).
Un racconto del XII secolo riporta l’episodio di un cavaliere che uccide con le sue stesse mani i figli e usa il loro sangue per guarire un amico dalla lebbra.
Per tornare al solo fenomeno dell’abbandono, altri motivi erano le deformità o la cattiva salute del bambino, anche perché si era convinti che i bambini nati deformi o, comunque, cagionevoli in salute, fossero il risultato di concepimenti avvenuti durante il ciclo mestruale, l’allattamento o la Quaresima, comportamenti che erano vietati dalla morale comune, mentre i parti gemellari erano attribuiti a comportamenti adulterini. Quest’ultima convinzione comune induceva la madre dei gemelli, pur innocente, a liberarsi di uno dei due neonati  esponendolo, per non essere accusata di adulterio.
L’abbandono nel basso Medioevo era da attribuirsi anche a motivazioni religiose: infatti non era infrequente il caso di genitori che, abbracciando la vita religiosa, abbandonassero la famiglia, figli compresi.
Una nuova categoria di illegittimi venne a crearsi quando, a partire dal XIII secolo, fu proibito il matrimonio ai preti. Ciò non portò ad una diminuzione del numero dei loro figli, i quali però da quel momento vennero considerati illegittimi e non poterono più entrare negli ordini e nelle comunità religiose, né contrarre matrimoni validi, né ereditare legalmente.
Ciò portò ad una rivoluzione culturale di grande impatto sulla condizione religiosa e sul destino dei figli, un tempo legittimi, dei preti. Nella seconda metà del XIII secolo il Vescovo di Liegi si era vantato di aver generato addirittura quattordici figli maschi in ventidue mesi.
Ma dopo il giro di boa dell’imposizione del celibato il generare figli dovette passare nell’ombra portando spesso all’abbandono, anche se più o meno camuffato, probabilmente mai attraverso l’esposizione o l’infanticidio, anche se ciò non si può del tutto escludere in certe situazioni particolari.
Anche l’antisemitismo fu una causa di abbandono, ma in questo caso forzato, perché la legge ecclesiastica prescriveva che i figli nati da matrimoni misti con mogli ebree fossero tolti dalla custodia delle madri perché “non trascinino i figli nell’errore di una falsa fede”. D’altro canto sono descritti episodi di ebrei che, durante i pogrom, uccisero i figli per impedire che venissero battezzati.
Un altro fenomeno non infrequente fu quello dell’affidamento, che era una via di mezzo fra l’abbandono e la scelta di far allevare un bambino lontano dalla famiglia naturale, da una famiglia che se ne prendesse cura e lo amasse come un figlio suo.
L’affidamento andrebbe considerato alla stessa stregua dell’oblazione, con la differenza che le motivazioni non erano di ordine religioso, ma di altra natura più vicina a problemi di ordine contingente.
Nel corso dell’XI secolo infine si videro nascere organizzazioni ispirate all’esercizio della carità che andarono a sostituirsi alle funzioni benefiche delle chiese parrocchiali e dei monasteri.
Queste organizzazioni furono sempre più assunte da ordini religiosi spontanei fondati per nutrire gli affamati, curare i malati, accogliere i senzatetto e i bambini abbandonati,animate perciò da uno spirito di volontariato che andava oltre l’accoglimento passivo del neonato trovato sulla soglia di un monastero.
Esemplare a questo proposito fu la figura di Guido di Montpellier.
Nell’XII secolo (1170) Guido da Montpellier(4) fondò nel sud della Francia l’Ordine di S.Spirito che aprì case per gli esposti ed orfani. La casa madre dell’Ordine fu in seguito trasferita a Roma per volontà di papa Innocenzo III.(5) L’Ospedale di S.Spirito, nuova Casa madre dell’ordine,fondato nel 1198,(6) fu dotato della rota.(7) Le ruote si diffusero rapidamente in Francia, Italia, Spagna, Grecia, ma non nei paesi germanici e anglosassoni dove cadaverini di feti e neonati uccisi nei modi più diversi continuavano ad essere trovati nelle fogne e nelle discariche di questi ultimi paesi.
Ma qui ha inizio un’altra storia che è quella della “ruota degli esposti” che ci condurrà fino ai giorni nostri!

BIBLIOGRAFIA: vedi numero precedente.

(1) Il Concilio di Nicea fu indetto da Costantino per risolvere il problema delle eresie, in special modo quella ariana. Fu in quell’occasione che Costantino decretò che i bambini abbandonati fossero mantenuti a spese dello Stato; la premessa per la costituzione dei brefotrofi.

(2) Reginone di Prum, storico e teorico musicale tedesco (Altrip, Prussia?- Treviri, 915) abate del monastero di Prum dall’892, in seguito a brogli riparò a Treviri diventando nell’899 abate dell’abbazia di S.Massimino. Tra i suoi trattati illuminante è l’l’Epistola de harmonica insituzione sulla teoria musicale nel Medioevo. Lasciò anche una raccolta di  antifone (Tonarius), un trattato di diritto canonico (di nostro interesse specifico) e un Chronicon dall’avvento di Cristo al 906, che è tra le principali fonti storiche per i secoli IX-X.

(3) Beda ha commentato quasi tutta la Bibbia, si è occupato del computo del tempo ( per primo ha impiegato con coerenza la datazione della nascita di Cristo), ha composta un De natura rerum, trattati di ortografia e metrica, vite di santi e persino poesia.

(4) Guido di Montpellier, cavaliere dell’Ordine degli Ospitalieri di Rodi,facendo frutto della sua esperienza in Terrasanta, fondò nel 1170 nel sud della Francia a Pyla St. Gely, suo paese natale,  un ospedale gestito da religiosi dell’Ordine di S.Spirito da lui fondato, i quali si dedicavano gratuitamente, a differenza del passato, all’assistenza degli infermi, dei reietti e dei bambini abbandonati ( i proietti).

(5) Sollecitato dalle notizie che gli giungevano dalle rive del Tevere dove i pescatori traevano a riva troppo spesso con le loro reti corpicini di bambini buttati dai ponti nelle acque del fiume da madri sventurate, papa Innocenzo III decise di fondare l’Ospedale di S.Spirito secondo gli intendimenti di Guido di Montpellier che chiamò dalla Francia e di cui riconobbe presto la Regola.

(6) Sulle sponde del Tevere, nel 715, era stato fondato da Ina, re della Sassia, in quelli che erano stati gli orti neroniani, una Schola saxonum, che era un centro di accoglienza di pellegrini che giungevano a Roma in visita al Principe degli Apostoli S.Pietro e dotata di una chiesa intitolata a S.Maria in Saxia Devastata da incendi e saccheggi la struttura fu ricostruita da papa Innocenzo III nel 1198 per dedicarla all’assistenza degli infermi, al mantenimento dei poveri e dei proietti, secondo le intenzioni dell’Ordine di S.Spirito fondato da Guido di Montpellier.

(7) La prima ruota iniziò a funzionare nell’ospedale di Marsiglia nel 1188, seguita poco dopo da quelle di Aix en Provence e di Tolone.

Indice opera

Parte prima: dall'Antica Grecia fino al Cristinaesimo

Parte seconda: storia dell'abbandono e infanticidio nel Medioevo

Parte terza: dal XII secolo ai giorni nostri

15/9/2010

15/9/2010



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